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Festa popolare centro storico. Il 24 luglio festa del circolo Vella di Rifondazione Comunista

locandina_festa_24_7_17Festa popolare nel centro storico di Palermo. Il 24 luglio il circolo Vella del PRC organizza una festa presso il giardino dei Giusti in via Alloro,  una serata da passare insieme con musica e cibo palestinese prima della pausa estiva delle attività del circolo.

Alla festa saranno presenti i consiglieri comunali e di circoscrizione eletti alle recenti elezioni amministraztive con Sinistra Comune e il presidente della prima circoscrione. Durante la festa si esibirà il Fauno di Cibele e i Suckerlove & – Kain-A.

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Inceneritore a Partinico? No, grazie

inceneritore_partinicoDa qualche giorno si è tornato a parlare in modo insistente di delocalizzazione (o presunta tale) della distilleria Bertolino.
Nel frattempo il governo regionale, con l’ennesimo e repentino cambio d’opinione dello pseudo-rivoluzionario Crocetta sempre dichiaratosi contrario alla costruzione di inceneritori, informa la stampa dell’accordo raggiunto con il governo nazionale per la costruzione di termovalorizzatori in Sicilia, dunque anche nel nostro territorio.
In più, con una fretta che ci pare sospetta, il Consiglio Comunale giovedì prossimo è chiamato a votare il cambio di destinazione d’uso dei terreni in contrada Bosco di proprietà di Donna Antonina, Nostra Signora delle Distillerie, da zona agricola a zona industriale.
In tutto questo aggiungiamo, oltre alla decennale esperienza che i cittadini di Partinico hanno sulla propria pelle in merito al modus operandi che ha contraddistinto l’industriale, che non spicca sicuramente nè per la tutela dell’ambiente, nè tanto meno per un seppur minimo interesse nei confronti della vivibilità del territorio in cui la sua attività insiste, l’assenza preoccupante del progetto definitivo che verrà realizzato in contrada Bosco.
Tutte queste manovre destano forti preoccupazioni perchè:
- sappiamo bene quanto redditizia sia la filiera dei rifiuti e quali affari d’oro se ne possono ricavare e sappiamo anche che la lavorazione delle vinacce si sta esaurendo ed è già poco redditizia, motivi per i quali capiamo bene l’urgenza che la giunta Lo Biundo, completamente asservita alla volontà della Bertolino, voglia far votare il prima possibile la variante urbanistica che permetterà all’industriale di candidarsi per il progetto regionale degli inceneritori;
- siamo stanchi di constatare come in quasi ogni famiglia della nostra città vi siano casi di malattie gravi;
- la costruzione di un inceneritore di per sè è preoccupante non solo per l’inquinamento che ne deriverebbe, per le enormi risorse idriche di cui necessita e che inevitabilmente toglie alla comunità intera, per l’impatto devastante che avrebbe nel già fragile tessuto produttivo del nostro territorio, ma soprattutto perchè nelle mani di un personaggio a dir poco discutibile, come la signora Bertolino, che tutti i partinicesi ben conoscono.
Mentre comuni virtuosi riescono a risolvere il problema dei rifiuti attraverso buone pratiche come il riciclo, il riuso e il compostaggio, riuscendo persino a trarre profitti da reinvestire nella crescita collettiva, il nostro comune, attraverso questa amministrazione già proiettata verso la prossima campagna elettorale, è pronto a vendere al miglior offerente il futuro di un’intera comunità.

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nota della segreteria nazionale di Rifondazioen Comunista – Palermo, l’impegno del Prc per la vittoria di Orlando

padi Raffaele Tecce – responsabile Enti Locali della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista

Riteniamo assai importante – ha dichiarato Raffaele Tecce, responsabile Enti Locali della segreteria nazionale del PRC – la scelta del Sindaco di Palermo Leoluca Orlando di ricandidarsi alle prossime elezioni comunali di Palermo, riconfermando l’originale impostazione programmatica, lavorando al rilancio e all’allargamento della coalizione politica che vinse le elezioni di 4 anni fa e riaffermando l’alternatività alle politiche del Pd e di Renzi (insieme ovviamente a quelle del centro destra ), in Sicilia ed a livello nazionale.

Il Partito della Rifondazione Comunista ha incoraggiato e sostenuto questa scelta essendo stato sin dall’inizio una componente importante al sostegno delle politiche del Sindaco Orlando, che hanno affermato un ruolo del Comune sempre più vicino alle esigenze ed ai bisogni delle cittadine e dei cittadini,  contribuendo, sia a livello politico e sociale nella città sia con l’appassionato e positivo ruolo dei sui assessori Barbara Evola e Giusto Catania, ai tanti successi di questa Amministrazione.

Sono evidenti i punti più importanti del progamma e del lavoro della Giunta Orlando su cui si sono già avuti significativi successi: risanamento delle aziende pubbliche dei rifiuti e dei servizi (4 anni fa già con i libri in tribunale!), senza nessun licenziamento e mantenendo pubblica la proprietà e la gestione dei servizi locali, a partire dalla battaglia per l’ acqua pubblica; messa in sicurezza delle scuole palermitane,  e ricostruzione del  sistema scolastico cittadino; democrazia, difesa della Costituzione ed affermazione della partecipazione; rilancio del trasporto pubblico e della mobilità sostenibile attraverso un piano di pedonalizzazione necessario per riconquistare luoghi storici della città, salvaguardando l’ambiente e la salute. In questo quadro riteniamo assai importante la scelta recentissima della giunta di rilanciare tale programma di pedonalzzazione  evitando ogni strumentalizzazine pre elettorale e scongiurando, però, ogni rinvio;   importanti scelte sul piano culturale e sull’emergenza abitativa; accoglienza dei migranti valorizzando la cultura della solidarietà a partire dalla Carta di Palermo per  una campagna internazionale per l’abolizione del permesso di soggiorno; iniziative di valore internazionale pacifiste e contro ogni guerra, anche concededo la cittadinanza onoraria a figure come Marwan Barghouti ed Apo Ocalan.

Intendiamo come PRC, insomma, sottolineare la pecularietà programmatica ed il valore politico nazionale di un’esperienza di governo locale come quella palermitana basata sull’ alleanza fra una tradizione civica, democratica ed antimafia espressa da Orlando (e dai movimenti politico culturali che lo sostengono) e le forze della sinisra alternativa come il PRC; un’esperienza autonoma ed alternativa al PD, come a Napoli ed in altri Comuni medi che hanno votato recentemente.

L’ 8 ed il 9 ottobre una rete di amministrazioni, liste e consiglieri delle “Città in Comune“, che sta sperimentando a livello comunale un modello di costruzione dal basso, inclusivo e partecipato di una nuova soggettività  della sinistra alternativa al PD, si vedrà a Sesto Fiorentino per definire prime forme di coordinamento ed alcune campagne  comuni che permettano alle singole iniziative locali per garantire diritti e servizi a tutte le cittadine ed i cittadini di avere un respiro ed una vertenzialità nazionale.

L’esperienza unitaria della giunta Orlando, nel rapporto fra storia, tradizione civica democratica e sinistra alternativa, può essere fra i principali soggetti protagonisti di questa esperienza delle “Città in Comune” che come PRC-SE intendiamo contribuire a costruire.

E’ questo l’appello che rivolgiamo ad Orlando ed a tutte le forze della sinistra sociale e politica che lo sostengono».

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Vita di un operatore call center – Storie di Lavoratori a Progetto

Buongiorno sono Maria, Giovanni, Giovanna, Tiziana, Francesca, Laura, Michele e chiamo da Almaviva Contact per conto di Wind, Sky, Tim, Telecom, Eni, Vodafone

almavivaCon la frase summenzionata gli operatori telefonici “outbound”, coloro che come voi sapete propongono offerte per conto delle compagnie sopra indicate, iniziano le telefonate agli eventuali clienti.
Gli operatori del Call Center molti dei quali sono diplomati e laureati, con diversi problemi economici familiari, vivono dal 2008 con l’angoscia del rinnovo del contratto, la loro situazione di estrema precarietà.
Oggi vogliamo raccontarvi di Almaviva Contact che solamente a Palermo, dove il tasso di disoccupazione è elevatissimo, è formata da ben 4.000 operatori, dei quali 1.000 sono i lavoratori a progetto (l.a.p.), oggi conosciuti come co.co.pro.
In tutta Italia i dipendenti di Almaviva sono circa 15.000 di cui diversi legati all’Azienda da contratto a tempo indeterminato ed altri viceversa, con contratto a termine della durata di un mese.Il ricorso a tale tipologia di lavoro, che certamente non è ciò che dopo tanti anni di studio e di sacrificio, chiunque debba aspettarsi per tutte le attese della vita, si rende necessario proprio per la carenza di sbocchi lavorativi più sicuri e viene accettata, nonostante l’inadeguatezza dei contratti che l’Azienda offre, la loro precarietà e assoluta poca dignità dei compensi economici percepiti, lesivi del precetto costituzionale, di cui all’articolo 36 della nostra Costituzione.
Il lavoro vero e proprio di operatore è preceduto da un periodo di tempo di formazione, non retribuito ed effettuato da altri operatori dipendenti, i cosiddetti “Team Leader”, in maniera molto superficiale ed inadeguata allo scopo.
Alla fine della formazione l’Azienda sottopone il candidato alla firma del contratto assolutamente poco chiaro nei suoi strumenti strutturali ed economici. Read the rest of this entry »

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Medici cubani, ambasciatori nel mondo della rivoluzione

articolo di Francesco Fustaneo tratto dal sito  http://ww.contropiano.org/

In Occidente la maggioranza delle persone associa Cuba con la salsa, col mare e con le spiagge dalla fine sabbia bianca, con ragazze bellissime e con le feste che per i turisti, dalla notte si prolungano fino al mattino; i più romantici a sinistra la ricordano ancora come la patria della rivoluzione in America Latina, la terra adottiva del “Che”. Dal canto loro le cancellerie occidentali l’hanno sempre dipinta come un’isola emarginata politicamente ed economicamente per via del regime comunista. I media non hanno esitato a raffigurarla come una nazione dove non vengono rispettati i diritti civili e con un’economia povera, tacendo però sull’embargo, sui sussidi alimentari erogati alle fasce più povere, sulle campagne economiche a sostegno dei disabili e sull’istruzione e la sanità gratuite, assicurate all’intera popolazione.

Proprio il modello sanitario ha contraddistinto l’isola caraibica nel mondo: una sanità svincolata dall’esclusiva logica del profitto e finalizzata alla crescita e al benessere umano. Tale concetto è così ben radicato a Cuba da renderla una delle nazioni con più medici cooperanti impegnati in operazioni umanitarie all’estero.

Ammontano, infatti, a circa 50.663 i cooperanti cubani che lavorano in 67 paesi del mondo, sotto le più svariate forme di collaborazione e la maggioranza di loro sono volontari.

Per comprendere meglio il servizio che i medici cubani rendono ogni giorno al mondo, basti ricordare le parole pronunciate nel 2010 dal presidente haitiano Renè Preval: “Sappiamo che l’internazionalismo di Cuba non reclama benefici”.

Nel 2010, infatti, subito dopo il terremoto, Haiti era stata colpita da una terribile epidemia di colera che dalla regione di Sant Marc si era diffusa in diverse zone del paese, contagiando almeno 150.000 persone e uccidendone a migliaia. In tale occasione Cuba è stato uno dei primi paesi a inviare personale sanitario, i cui meriti nel contrasto all’epidemia sono stati riconosciuti, oltre che dalle istituzioni haitiane, anche dal vice rappresentate speciale per la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, Mourad Wahba. Già nel 2010 il vicepresidente del Consiglio di Stato Cubano, Esteban Lazo, in una conferenza rimarcava l’impegno di 1.600 cubani coinvolti in programmi sanitari ad Haiti e ricordava come, grazie al loro contributo, a partire dagli 11 anni precedenti, fosse stato possibile realizzare 14 milioni di visite.

Medici cubani sono poi attivi nelle zone più remote del Brasile e della Bolivia per assistere le popolazioni locali. Proprio nel paese guidato da Evo Morales, più di 300.000 persone hanno beneficiato di operazioni alla vista gratuite grazie al loro contributo. Aiuti che non si sono limitati solo all’aspetto sanitario, visto che circa 820.000 persone hanno imparato a leggere e scrivere grazie ai metodi audiovisivi cubani.

Il Venezuela, ieri di Chavez e oggi di Maduro, principale alleato politico ed economico di Cuba, annualmente fornisce all’isola oltre 100.000 barili di petrolio; in cambio di tale fornitura a condizioni agevolate, oltre 40.000 cubani lavorano in Venezuela nelle vesti di medici, insegnanti e tecnici specialisti.

Della preparazione dei medici cubani, beneficia insomma tutta l’America Latina: solamente in Paraguay, paese che ha riallacciato le relazioni diplomatiche con Cuba a partire dal 1994, circa 100.000 persone hanno ricevuto assistenza oculistica nell’ambito dell’Operazione Miracolo e la sola Cuba ospita  1.000 studenti di medicina paraguaiani. A testimonianza del contributo della piccola isola comunista, in passato non è mancato neanche l’elogio del presidente dell’Ecuador “ Rafael Correa” che ha definito Cuba, “la campionessa della solidarietà e dell’umanesimo”.

Proprio in Ecuador già verso la fine del 2009, circa 192 medici cubani unitamente a personale locale avevano studiato gli handicap di 78.000 persone e visitato circa 380.000 abitazioni, eseguendo visite di neurofisiologia, psicologia, angiologia e otorinolaringoiatria.

Il contributo più rilevante però è stato fornito in Africa, dove i medici cubani hanno dato un apporto decisivo alla sconfitta dell’ebola.

Già il New York Times, in un suo editoriale aveva evidenziato il cruciale ruolo di Cuba nel contrasto dell’epidemia nel continente africano.

Secondo il quotidiano americano, infatti, i timori dei governi e dell’opinione pubblica per una diffusione del virus ebola dall’Africa in Occidente, non hanno determinato un’adeguata risposta politica. Mentre gli Stati Uniti ed altri paesi europei si sono limitati a stanziare fondi e inviare denaro, sola Cuba e un ristretto numero di O.N.G. hanno fornito quello che davvero serviva: cioè personale medico qualificato sul campo.

Infatti, mentre gli Stati Uniti optavano per un approccio economico e soprattutto militare, inviando i propri soldati per monitorare i confini dei paesi africani colpiti dall’epidemia, Fidel Castro manteneva 32 brigate mediche in Africa, con 4048 dipendenti, di cui 2269 medici, tra la Sierra Leone e la Guinea, tutti con esperienze decennali nel contrasto e nella prevenzione di malattie tropicali.

Contestualmente, venivano inviati anche 256 operatori sanitari del Contingente Internazionale di Medici Specializzati in zone colpite da calamità e grandi epidemie: di questi, 165 in Sierra Leone, 53 in Liberia e 38 in Guinea.

Contemporanemente all’intervento diretto di contrasto alla malattia, la priorità è stata quella di sviluppare un programma di formazione per i paesi africani non interessati dall’epidemia, con la presenza di brigate mediche cubane, al fine di preparare il personale locale alla prevenzione, diagnosi e trattamento della malattia.

Per questi esempi di eroismo e professionalità della medicina cubana non sono tardati ad arrivare l’apprezzamento e la gratitudine da parte dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (O.M.S.), la quale in una conferenza stampa tenuta nell’autunno dello scorso anno, non ha mancato di ringraziare Cuba per il suo contributo, auspicando che altri paesi potessero seguire il suo esempio.

In definitiva, quanto fatto in Africa dai cubani è stato a dir poco encomiabile. Non per niente di recente i sindacati norvegesi hanno proposto la brigata medica “Henry Reeve” come candidata al Nobel per la pace.

Dall’America al Sud-est asiatico, come in occasione dello tsunami, passando per l’Africa, dunque i medici e gli infermieri cubani sono sempre stati tra i primi a giungere sul luogo delle tragedie. Uno degli ultimi scenari in cui si sono contraddistinti, è stato nell’affrontare le drammatiche situazioni sanitarie del post terremoto in Nepal. Il sisma registratosi il 25 aprile scorso, il più grave della regione dal 1934, aveva provocato migliaia tra vittime e ferite. Il dottor Néstor Marimón, direttore delle Relazioni Internazionali del MINSAP, ha segnalato che nelle zone colpite sono stati effettuati dai cubani 2932 studi diagnostici, 41.000 assistenze infermieristiche e 4.250 persone sono state riabilitate.

L’esperienza internazionale medica cubana ha avuto inizio nel 1960, quando il primo gruppo di professionisti della sanità partì per il Cile a seguito di un devastante terremoto. Nel 2005 quando l’ uragano Katrina devastò New Orleans, Fidel diede le direttive per allestire un contingente di circa 1.100 medici e almeno 26 tonnellate tra attrezzature sanitarie e medicinali, per mandarli in aiuto degli storici “rivali”; l’offerta però venne rifiutata dal governo Bush. In tutta risposta, da lì a breve tempo, sarebbe stato costituito il Contingente Internazionale Henry Reeve, in onore del soldato statunitense che giovanissimo aveva combattuto per l’indipendenza cubana dalla Spagna. Ad oggi, sono 41 le brigate mediche, presenti in 25 paesi , che lavorano in maniera disinteressata, curando altri popoli, guidati dal più alto spirito solidale e umano.

Insomma la storia di Cuba è anche questa: volontariato e arte medica al servizio dei più bisognosi ovunque essi siano nel mondo e pazienza se in Europa o negli Usa lo si ignora volutamente.

Fonti: http://www.cubadebate.cu/
           http://it.granma.cu/
           https://it.wikipedia.org/
           http://www.cubainformazione.it/
          http://edition.cnn.com/2005/WORLD/americas/09/05/katrina.cuba/
          http://contropiano.org/scienza/item/30276
          http://www.nytimes.com/2014/10/20/opinion/cubas-impressive-role-on-ebola.html?_r=0

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Una soluzione sostenibile, che non grava sui redditi bassi e medi e non condanna la Grecia ad una dura austerità

Le proposte del governo di Tsipras che sono la base delle trattative

articolo di Argyrios Argiris Panagopoulos referente di Syriza in Italia

“Una soluzione sostenibile, che non grava sui redditi bassi e medi e non condanna la Grecia ad una dura austerità”, con queste parole il governo greco descrive le linee generali delle sue proposte alle istituzioni europee, sottolineando che è la proposta di un accordo che vuole vedere accompagnato con una soluzione sostenibile per il debito.

Secondo il governo greco:
1. La proposta del governo non rappresenta parte del suo programma. Rappresenta il risultato di duri e difficili negoziati per trovare un accordo che non pregiudica i diritti del lavoro, non dissolve il tessuto sociale e offre una prospettiva. Una proposta che non condanna il paese in una dura austerità e offre una soluzione sostenibile per l’economia greca, senza gravare sui redditi bassi e medi. Il governo non sta cercando un’altro accordo che prolungherà l’incertezza, ma rivendica una soluzione in grado di risolvere le questioni di medio termine che affliggono l’economia e la società greca.
2. In ogni caso si dovrà risolvere la questione del debito e del suo finanziamento nel medio termine per mettere fine al circolo vizioso di incertezza. Per non essere costretto il paese di prendere di continuo nuovi prestiti per pagare i prestiti precedenti. Per questo appunto abbiamo proposto come soluzione sostanziale l’acquisizione delle obbligazioni Trichet [SMP Bonds] di 27 miliardi di euro del ESM al fine di farle scadere dopo il 2022, di avere interessi più bassi, per consentire alla Grecia di partecipare al programma di quantitative easing della BCE.
3. Il progetto di accordo prevede anche il finanziamento dello sviluppo, specialmente nel settore delle infrastrutture e le nuove tecnologie attraverso un pacchetto di investimenti da parte della Commissione europea e la Banca centrale europea.
4. La proposta greca prevede basso avanzo primario del 1% e del 2% per il 2015 e il 2016 rispetto al 3% e del 4,5% che aveva firmato il governo precedente di Samaras e Venizelos. Solo per il 2016 l’economia sarà alleggerita da misure di 8,2 miliardi di euro. Nei prossimi cinque anni complessivamente la manovra fiscale garantirà 15,4 miliardi di euro, che superano il 8,5% del Pil di oggi.
5. Il governo ha modificato le scale alla tassa di solidarietà per non far pagare quelli che hanno stipendi e pensioni basse. Si nota che il governo Samaras e Venizelos aveva annunciato la diminuzione della tassa di solidarietà del 30% solo se il 2014 aveva surplus primario del 1,5% del Pil. Secondo l’istituto di statistica greco Elstat il surplus primario pero per il 2014 era solo del 0,4%, fatto che aveva non porta alla diminuzione della tassa di solidarietà.
* 12.000 – 20.000 euro 0,7% [da 1%]
* 20.001 – 30.000 euro 1,4% [da 2%]
* 30.001 – 50.000 euro 2,0% [da 2%]
* 50.001 – 100.000 euro 4,0% [da 3%]
*100.001 – 500.000 euro 6,0% [da 4%]
* Sopra i 500.000 euro 8,0% [nuova scala]
6. Sulla IVA restano le tre aliquote del 23%, 13% e 6%, da 6,5%. Energia elettrica, acqua, restauranti mantengono la bassa aliquota, mentre si diminuisce per 0,5% l’IVA alle medicine e i libri. Le istituzioni vogliono due aliquote [11% e 23%], con le medicine di essere al 11% e l’energia, l’acqua e i ristoranti al 23%.
7. Le istituzioni hanno chiesto :
L’abolizione del regime speciale di imposta sul reddito.
L’abolizione dei sussidi per il gasolio da riscaldamento.
L’abolizione della Tassa Speciale di Consumo sul gasolio per gli agricoltori (permette agli agricoltori di comprare il gasolio in un prezzo più conveniente).
Uno studio sulla politica sociale per tagliare la spesa dello 0,5% del PIL, pari a 900 milioni di euro.
Il governo non procederà con l’attuazione delle misure di cui sopra. Al contrario, le misure che propone il governo portano il peso agli strati più abbienti, trova nuovi fonti di entrate e riduce i costi, non dal nucleo dello stato sociale, come hanno fatto i governi precedenti, ma da dove ci sono margini.
In particolare:
L’aumento dal 2016, non dal 2015, dell’aliquota per le Società per Azioni e delle Società di Responsabilità Limitata [non dei liberi professionisti e delle imprese individuali] dal 26% al 29%.
Un prelievo speciale del 12% alle imprese con profitto di oltre 500.000 euro.
Aumenta la tassa di lusso [automobili più di 2500 cc, piscine, aerei, imbarcazioni private oltre i 10 metri].
Si applica una tassa alla pubblicità televisiva e ci saranno gare per le licenze televisive e le licenze di telefonia mobile.
Si mette una tassa sui giochi elettronici (VLT).
Si diminuiscono le spese per la difesa per 200 milioni di euro.
8. Amministrazione fiscale
-Le istituzioni hanno chiesto:
Di ridurre la quantità di 1.500 euro e l’abolizione del tetto del 25% sui conti correnti bancari sequestrati per debiti al fisco.
L’aumento del tasso di interesse applicabile al programma di ristrutturazione del debito
-Il Governo basato sul suo programma ha raggiunto e saranno inclusi nell’accordo come segue:
La lotta contro il contrabbando di petrolio, anche attraverso l’individuazione di depositi non registrati.
Intensificazione dei controlli sui trasferimenti bancari [per esempio Lista Lagardere] e applicazione di misure per la dichiarazione volontaria dei beni.
Rafforzare la risoluzione delle controversie amministrative per accelerare lo svolgimento delle cause pendenti.
Promuovere i pagamenti elettronici.
Esenzioni per gli abitanti residenti delle isole con basso reddito.
9. Le pensioni anticipati saranno ridotte gradualmente a partire dal 2016 [anziché dal 30/06/2015] entro il 2025, mantenendo le esenzioni per specifiche categorie [lavori pesanti e insalubri, madri con figli disabili], fatti salvi i diritti acquisiti.
10. La pensione di EKAS non verrà rimossa, ma sarà sostituito a partire dal 2020 da un nuovo quadro per la protezione delle pensioni basse.
11. Non sarà applicata la clausola di deficit zero, che ridurrebbe le pensioni di 500 milioni di euro.
12. Si aumenterà la pensione degli agricoltori dell’OGA non assicurati.
13. Rimangono le tasse a favore di terzi che finanziano il sistema assicurativo.
14. Non si modifica l’età pensionabile a 67 anni, come richiesto per chi va in pensione dal 30 Giugno 2015.
15. Sul mercato del lavoro il governo:
Non si accetta preservare l’attuale quadro della contrattazione collettiva entro la fine del 2015 e si ripristinerà il precedente quadro legislativo.
Non si accettano i licenziamenti collettivi e il diritto sindacale in linea con le “buone pratiche” dei paesi dell’UE
Non si accetta “di non ritirare gli interventi giuridici nel periodo precedente alla legislazione del lavoro”. Ciò significa che [il governo] è pronto a legiferare per ripristinare la contrattazione collettiva e aumentare il salario minimo.
16. Mercati dei prodotti:
Il governo ha presentato una proposta globale sulla lotta contro i monopoli e oligopoli, il calo dei prezzi dei prodotti e il conseguente miglioramento degli standard di vita dei cittadini. La proposta prevede una serie di iniziative per ridurre i costi amministrativi, promuovere le esportazioni, e semplificare le procedure operative delle aziende in collaborazione con le Organizzazioni Internazionali. Esso comprende anche interventi mirati ai mercati chiusi, rifiutando l’approccio delle istituzioni per l’applicazione dei “resti” del programma precedente per quanto riguarda la liberalizzazione del mercato del latte, delle panetterie, delle farmacie e l’apertura dei negozi la domenica.
17. Azione: Il governo ha respinto la proposta delle istituzioni per la privatizzazione delle reti di energia elettrica ADMHE e l’operazione della “piccola Enel” [privatizzando in pratica la società elettrica pubblica DEH]
18. Settore pubblico: Non ci sarà nessun taglio dei salari nel settore pubblico, in base a ciò che esisteva il 31/12/2014.
19. Corruzione: Entro la fine di luglio, il governo presenterà una Strategia Globale contro la corruzione.
20. Sulle privatizzazioni l’accordo prevede:
Investimento minimo per ogni privatizzazione.
Tutela dei diritti dei lavoratori.
L’impegno da parte degli investitori di promuovere l’economia locale.
Partecipazione pubblica obbligatoria nel capitale.
Protezione dell’ambiente naturale e del patrimonio culturale.
21. Si fa eccezione per la vendita delle azioni della società delle telecomunicazioni OTE dalla lista dei prerequisiti che mettono le istituzioni.

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Eleonora Forenza (Altra Europa-GUE/NGL) presenta interrogazione a Commissione Europea sulla controriforma della scuola

eleonoraEleonora Forenza, eurodeputata dell’Altra Europa con Tsipras – gruppo GUE/NGL, ha presentato il 3 Giugno scorso, un’interrogazione parlamentare alla Commissione Europea a proposito della riforma della scuola del governo Renzi, in particolare per quanto concerne la questione degli insegnanti precari.

«La Corte di Giustizia Europea – si legge nel testo presentato dalla deputata europea -, il 26 novembre 2014, ha condannato il Governo italiano per il ricorso reiterato ed abusivo a contratti a tempo determinato in danno dei precari e delle precarie della scuola, e le motivazioni della sentenza mettono in evidenza che tale abuso è stato operato in contrasto con la Direttiva n. 1999/70/CE relativa all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato.

In questi giorni è in discussione al Senato una proposta di legge del governo nella quale, per ovviare alle inadempienze di cui sopra, si propone di non attribuire più incarichi a tempo determinato ai precari e alle precarie che abbiano superato o stiano per superare il limite di trentasei mesi previsto dalla legislazione italiana per impedire l’uso abusivo di tali tipologie di contratti.

La norma in discussione, se approvata, impedirebbe alle persone legittimamente inserite in graduatorie concorsuali, siano esse per titoli ed esami come quelle dei concorsi ordinari o per soli titoli come nel caso delle graduatorie ad esaurimento, di accedere a posti di insegnamento o di altre figure professionali della scuola a vantaggio di altri soggetti con punteggio inferiore che avrebbero avuto la “paradossale “fortuna” di aver cumulato periodi di servizio inferiori al limite.

In tali circostanze – prosegue nel testo Eleonora Forenza – si configurerebbe la lesione di un diritto, anch’esso disciplinato dalle direttive richiamate nella citata sentenza, tutte ispirate al principio della tutela dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici contro gli abusi del datore di lavoro, sia pubblico che privato e che, in questo caso, inoltre, proprio il meccanismo che consente l’accumulo di punteggio per poter avanzare nelle graduatorie ad esaurimento ai fini dell’immissione in ruolo, chiaramente evidenziato nella citata sentenza, diventerebbe il principale impedimento al prosieguo del rapporto di lavoro nella scuola sotto qualunque forma».

Per questi motivi, la parlamentare europea ha chiesto alla Commissione «di verificare se tale proposta di legge del Governo Italiano non sia palesemente in contrasto con la citata direttiva n. 1999/70/CE e con la sentenza della Corte di Giustizia Europea del 26/11/2014 e di assumere ogni iniziativa urgente tesa ad impedire che il Governo italiano insista su una proposta di legge in palese contrasto con le direttive e le sentenze della Giustizia europea».

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Renzi e il degrado della scuola pubblica

cattivistudentiArticolo scritto da Giovanni Di Benedetto il 30 aprile 2015 e tratto dal sito http://www.palermo-grad.com/

La scuola pubblica è un posto davvero pericoloso. Rimangono ancora impresse nella memoria le immagini del crollo di qualche settimana fa degli intonaci del solaio nella scuola elementare Pessina di Ostuni. Feriti due bambini e una maestra. E ce ne sarebbe da raccontare: il distacco dell’intonaco in un Istituto Alberghiero di Pescara a Febbraio, il crollo, qualche anno fa, del controsoffitto del Liceo Darwin di Torino che provocò la morte di uno studente di 17 anni; il cedimento di calcinacci, lo scorso mese di Marzo, nella scuola Cirrincione di Bagheria, con due bambini curati al Pronto Soccorso. E si potrebbe continuare ancora. Il fatto è che le macerie, i crolli e il degrado dell’edilizia scolastica, oltre ad essere gravi di per sé, rimandano ad un altro genere di degrado, quello dell’istruzione pubblica nel nostro paese. La scuola italiana è davvero ridotta in frantumi. Rovine su rovine.

Sarà anche per questo che l’indignazione che negli ultimi mesi è cresciuta contro la cattiva scuola di Renzi ha attraversato il guado ed è straripata in quello che si annuncia, per il 5 Maggio, come lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola più grande di sempre. La stessa decisione sciagurata di rinviare le prove Invalsi per le elementari, provvedimento nella sostanza illegittimo e antisindacale, è la conferma di quanto forte è, oramai, la marea montante contro il Disegno di Legge di Renzi. D’altra parte, pare davvero intollerabile questa forma sleale di boicottaggio che, con un semplice atto amministrativo, prefigura la soppressione dello stesso diritto di sciopero.

L’elemento che più rende allibiti è dato dalla elementare constatazione che nel DDL sulla cosiddetta “Buona Scuola” non si fa alcun cenno alle grandi questioni della didattica e della pedagogia. Non c’è nessun riferimento ad un possibile orizzonte di senso che si misuri con il grande interrogativo che attraversa, oramai da quasi tre decenni, il tema del significato dell’insegnamento, tema a partire dal quale calibrare la verifica dell’efficacia dell’azione educativa. Ma si sa, gli stolti capovolgono, diceva Spinoza, il rapporto tra cause ed effetti e credono di rintracciare in questi ultimi l’eziologia di un determinato processo.

Eppure, a leggere il DDL, ci si accorge immediatamente che in esso ci sono due assi portanti, rispetto ai quali risulta quasi facile far scaturire le naturali deduzioni consequenziali. Il primo è quello dell’Autonomia, inteso come equiparazione della scuola pubblica ad un’azienda, il secondo è quello della centralità del Preside, inteso come l’equivalente di un manager. Da qui, tutto discende a cascata. Nei 24 articoli del disegno di legge i due assi, le due idee guida, ovviamente convergono, visto che potenziamento dell’autonomia significa “rafforzare la funzione del Dirigente scolastico” (art. 2) che diventa “responsabile (..) delle scelte didattiche, formative, della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti”. Quel residuo di potere collegiale che rendeva unica la scuola pubblica italiana, e che costringeva i lavoratori della scuola a condividere in modo partecipato quanto si stabiliva in tema di didattica e di valutazione, viene ulteriormente calpestato. Ciò che deve contare è la primazia giuridica del DS, attinente non solo agli aspetti amministrativi ma anche a quelli che attengono alla libertà di insegnamento, sancita, almeno fino a quando esisterà ancora, dalla nostra Carta Costituzionale.

Che la scuola pubblica debba essere ridotta alla stregua di un’azienda, oltre che da una sempre più esplicita gerarchizzazione (tra DS e insegnanti, tra collaboratori del DS e gli altri colleghi e tra questi stessi) e da una presenza del territorio negli organismi di gestione (leggasi ingerenza di interessi privatistici e imprenditoriali), è testimoniato da un ulteriore ampliamento delle attività riservate all’alternanza scuola-lavoro. Il dispositivo di legge configura l’alternanza scuola-lavoro come una vera e propria introduzione alle logiche del mercato e del profitto. Ho avuto modo di registrare personalmente come, tra i miei studenti e le mie studentesse, possa esser gratificante esperire in modo diretto le dinamiche e le relazioni presenti nel mondo del lavoro. Tuttavia, un conto è aprire la scuola a relazioni che facciano emergere le potenzialità, le vocazioni e la consapevolezza degli studenti, un conto è sottrarre ore di studio, riflessione critica e elaborazione a forme di lavoro gratuito (come, per esempio, quello della commessa in una libreria), quali si configurano certe attività di formazione aziendale, che, in aggiunta, sottraggono risorse economiche all’istruzione pubblica per regalarle alle imprese.  

La scuola pubblica ha come missione quella di fornire agli studenti e alle studentesse gli strumenti conoscitivi per capire criticamente in quale contesto si trovano, il senso del lavoro che possono fare, per quali ragioni si produce e secondo quali criteri. Insomma, la scuola, oltre a permettere l’apprendimento di nozioni da impiegare nei luoghi di lavoro, ha il compito di dedicarsi alla cura e alla formazione del cittadino, oltre che del lavoratore. Occorre ricominciare a recitare verità che fino a qualche decennio fa apparivano banali e quasi scontate e che oggi invece suonano come eretiche od eversive: il diritto all’istruzione vuol dire, per i nostri/e figli/e e i nostri studenti/esse, elaborare saperi autonomi, pensiero critico, idee personali con cui vivere liberamente e responsabilmente il mondo, con cui essere consapevoli del nostro essere parte di una sfera pubblica, con cui partecipare in piena uguaglianza al fare collettivo. In una parola, la nostra scuola deve formare alla cittadinanza per scongiurare il pericolo dell’essere sudditi.

Il progetto di Renzi risponde a questo obiettivo? Assume come proprio il dettato costituzionale che fa del diritto allo studio e della libertà di insegnamento una sorta di a priori trascendentale per garantire l’esercizio effettivo della sovranità popolare? Non pare proprio, anzi. Renzi si muove secondo una logica di scambio, l’assunzione dei 100.000 precari, fino al settembre scorso erano 148.000, deve essere subordinata all’aziendalizzazione della scuola. Sta qui il motivo per cui il nostro ha impedito che si varasse un decreto legge limitato alle sole assunzioni. Se il Parlamento non dovesse fare in tempo ad approvare il DDL si apriranno almeno due scenari. Da una parte Renzi scaricherà sul Parlamento la responsabilità di far saltare le assunzioni, dall’altra lo stesso capo del governo si sentirà rafforzato nel suo piglio decisionistico e potrà agire per decreto legge assumendo in toto il pacchetto della controriforma della scuola. In verità, la concezione a cui rimanda il disegno dell’attuale capo del governo è quella che fa della scuola pubblica un’ancella del mercato e del mondo imprenditoriale. A questo imperativo vanno funzionalizzate didattica e formazione, costruzione di competenze e risorse pedagogiche. Si dirà, niente di nuovo sotto il sole, in fondo era proprio questo il modello lanciato e sponsorizzato dal berlusconismo. Una scuola edificata su coordinate culturali tossiche e asfittiche, impregnata della retorica insulsa dei crediti e dei debiti, offensiva nei confronti dei nostri giovani ridotti ad utenza e clienti, deformante e falsificante nella misura in cui è fondata sul target dell’offerta formativa. Sì, sembra proprio che la finalità sia la stessa, fare della scuola pubblica il luogo in cui mortificare i cervelli, svilire la creatività, creare omologazione e assuefazione, generare umani sussunti dall’unico scopo del produrre e del consumare.

Negli ultimi dieci anni, scrive James Fergusson sul The Independent, gli attacchi del terrorismo fondamentalista contro scuole e università sono aumentati in modo vertiginoso. Ormai sono diventati una tattica ricorrente del terrorismo globale. L’istruzione, infatti, scrive l’editorialista britannico, ostacola la diffusione dell’integralismo. Chiedo venia, ogni confronto fra quello che è recentemente accaduto in Kenya e in Pachistan, dove sono morte centinaia di studenti e studentesse e decine di insegnanti, e le nostre vicende nostrane può apparire sacrilego e irriguardoso. Ma a ben guardare è questa la sfida con la quale siamo chiamati a misurarci: la scuola pubblica con le sue profonde contraddizioni e la sua mai banale complessità è come un campo di forze nel quale si fronteggiano opzioni contrapposte, poteri molari e relazioni molecolari, istanze autoritarie e strategie sovversive. Contro la subordinazione di ogni altra finalità a quella dell’estremismo della società di mercato e a quella integralista dell’addomesticamento dei cervelli vale la pena di lottare. Per decolonizzare le coscienze, per tornare a pensare che non possono essere l’esistenza e la buona vita un mezzo dell’economia ma deve essere l’economia uno strumento per la buona vita. 

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“Palermo solidale con il popolo curdo” al Newroz, verso Kobane

bandieradi Renato Franzitta

Dal 14 al 23 marzo una delegazione COBAS si è recata in Turchia per partecipare alla carovana di osservatori internazionali per le celebrazioni del Newroz (capodanno curdo). Dopo una prima tappa a Istanbul dal 17 marzo tutta la delegazione si è trasferita in Kurdistan dividendosi in due gruppi il primo a Diyarbakir e il secondo a ŞanlıUrfa. Al secondo gruppo si è aggregata la delegazione di “Palermo solidale con il popolo curdo”. L’organizzazione della carovana è stata ad opera dell’UIKI (Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia).

Le delegazioni, oltre naturalmente a prendere parte alle manifestazioni di popolo del Newroz nelle città di Suruç, ŞanlıUrfa, Karliova, Bingöl, Van, Batman e Diyarbakir, hanno tenuto numerosi incontri con varie organizzazioni politiche, sindacali, e della società civile, hanno visitato campi profughi, si sono confrontate con partiti e associazioni per la difesa dei diritti umani, approfondendo in questo modo la conoscenza della società curda e dei suoi sforzi per una pace democratica.

La nostra delegazione ha incontrato la sindaca di Viransehir, che ci ha accolto calorosamente, mettendo in evidenza come la nuova politica, in linea con il nuovo corso indicato dal presidente Öcalan, ha dato alle donne grande protagonismo nella vita politica e sociale del popolo curdo. Le donne organizzate nell’YPJ sono in prima fila nella resistenza contro lo stato islamico (ISIS). Durante la riunione è stato riportato il ruolo che sta avendo la Confederazione Cobas nella campagna di solidarietà con il popolo curdo e per la libertà di Öcalan e la fuoriuscita del PKK dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche.

Entusiasmante è stata la partecipazione al Newroz di Viransehir dove siamo stati accolti festosamente sia dalla popolazione che dagli organizzatori. Al Newroz hanno partecipato almeno 15 mila persone con bandiere del Kurdistan e ritratti di Ocalan e dei martiri della resistenza all’ISIS.

La visita al campo profughi autogestito dei curdi Ezidi provenienti dal Kurdistan iracheno è stata particolarmente toccante. Il campo è ben strutturato con i viali e gli spazi cementati, con due tende scuola, un locale per la cucina, la panetteria e i servizi igienici dotati di pannelli solari. I profughi vengono assistiti con visite mediche bisettimanali, essi sono in buona salute nonostante il dramma della ferocia subita dall’ISIS e sono sfuggiti ad essa solo grazie all’intervento diretto dei miliziani del PKK che sono riusciti ad aprire un corridoio nel fronte dell’ISIS per potere salvare migliaia di Ezidi dal massacro. Abbiamo raccolto tante testimonianze delle atrocità subite, delle perdite di familiari e congiunti, delle lunghe marce per sfuggire al terrore. Ci è’ stato chiesto l’aiuto concreto, l’invio di farmaci, materiale scolastico, vestiti.

Al Newroz di Şanlıurfa erano presenti più di 20.000 persone, con i vessilli del PKK e dell’ HPG, dell’YPJ e YPG e tante bandiere con il volto di Öcalan. Qui abbiamo incontrato i dirigenti del partito democratico regionale, il fratello di Öcalan ed altri rappresentati curdi sia locali che della comunità curda in Europa. Grande emozione collettiva si è avuta all’ingresso di di Selahatin Demirtas dirigente dell’HDP. Il Newroz è stata una grande manifestazione di popolo e di orgoglio del Kurdistan libero.

Abbiamo incontrato la presidentessa dell’Associazione per i Diritti Umani “INSAN HAKLARI DERNIGI” che ha spiegato come dal 1991 sono stati uccisi più di 300 attivisti. L’associazione segue più di 1600 detenuti politici, di cui 600 malati fra i quali 200 affetti da tumore (che non hanno cure ne possono essere assistiti). Da quando c’è il terrorismo dell’ISIS l’Associazione si è mobilitata per i profughi curdi, ezidi ed arabi provenienti dall’Irak e dalla Siria ospitandoli sia presso le case della popolazione di ŞanlıUrfa o Suruc sia allestendo campi profughi. I militari turchi hanno cercato di impedire l’entrata dei profughi dalla frontiera respingendoli con la forza. Durante gli scontri con le forze turche la giovane attivista Kadek Ortek è stata uccisa mentre cercava di aiutare la fuga dei profughi. Diversi episodi di indifferenza al dramma delle popolazioni in fuga dall’ISIS hanno caratterizzato l’atteggiamento dell’esercito turco, che ha impedito il passaggio degli aiuti verso Kobane anche da parte di organizzazioni umanitarie, insensibile alle sofferenze della popolazione e dei resistenti di quella città.

L’egemonia turca si rende pesante nel campo profughi di Arfat, gestito dalle autorità turche, dove è obbligatorio l’uso della lingua turca, la gestione è militare e solo in esso convergono gli aiuti internazionali, mentre i campi organizzati dalle municipalità curde sono autogestiti.

Il ritorno dei profughi di Kobane nella propria città dopo la liberazione operata dalle milizie curde del YPG e YPJ non è senza difficoltà. Kobane necessità di ingenti aiuti per la ricostruzione degli ospedali, delle scuole e delle abitazioni devastati nei mesi di guerra contro l’ISIS. Attualmente non c’è nessuno ospedale e si sta creando una struttura ospedaliera in una scuola; non c’è più nessuna farmacia e su 19 scuole solo alcune possono essere ripristinate. Diverse decine di attivisti che si sono recati a Kobane per prestare il loro aiuto sono stati arrestati dalle autorità turche. Migliaia sono le donne di Kobane attualmente disperse.

Abbiamo incontrato i rappresentanti dell’HDP (partito democratico del popolo) e del BDP (partito democratico regionale). Questi partiti derivano dal partito per la pace e la democrazia messo fuori legge perchè accusato di nazionalismo. I rappresentanti dei partiti hanno spiegato che le loro organizzazioni si stanno mobilitando per le prossime elezioni che si terranno a giugno 2015.

Ad Urfa come in altre località c’è l’accademia di partito dove i nuovi membri del partito studiano storia, religione, autonomia democratica, confederalismo democratico, femminismo, genere ed ecologismo. L’HDP è composto da 40 gruppi ed associazioni, dove il gruppo curdo è il maggioritario. Il nuovo corso della politica curda da grande rilevanza al ruolo ed alla partecipazione delle donne alla vita politica nel partito e nelle istituzioni, assegnando ad esse il 50 per cento delle cariche politiche.

In serata abbiamo appreso della strage avvenuta nel Rojava orientale provocato da una autobomba che è esplosa durante il Newroz di Haseke provocando 52 morti e centinaia di feriti. La tensione ovviamente è salita di grado, anche dopo avere visto lo sventolio di bandiere nere da un terrazzo difronte il nostro albergo.

Secondo il programma stilato per la delegazione era prevista l’entrata in Kobane di 40 osservatori italiani. Ma giunti a Suruc (città di frontiera dirimpettaia di Kobane) ci è stato comunicato che le autorità turche non avevano concesso nessun permesso per oltrepassare la frontiera. I due pullmini della delegazione italiana si sono recati ugualmente al posto di frontiera con Kobane dove sono stati respinti dall’esercito turco. La delegazione poi è tornata a Suruc presso il centro culturale curdo di questa città, dove ha stilato un comunicato da inviare a diversi organismi internazionali, turchi ed italiani per sollecitare l’apertura permanente del varco di confine Suruc/Kobane, permettendo così l’attraversamento degli aiuti umanitari e di tutti coloro che portano solidarietà ed aiuti alla città di Kobane.

A Suruc abbiamo incontrato Mustafa Dogal responsabile diplomatico del HPD di Diyarbakir, delegato a rappresentare la municipalità di Suruc. Dogal ha spiegato come l’esercito turco ha aiutato i banditi dell’ISIS durante la battaglia di Kobane, facendo transitare armati e armi tramite il territorio turco e accogliendo, negli ospedali prima e nelle case private poi, centinaia di feriti fra i miliziani dell’ISIS. L’atteggiamento delle autorità turche è stato apertamente ostile ai resistenti curdi e anche agli aiuti umanitari. Le amministrazioni locali gestite dai partiti curdi si sono trovate a contrastare l’ostracismo del governo centrale e della protezione civile nazionale turca. Gli aiuti umanitari sono stati concentrati solo al campo profughi gestito direttamente dalla protezione civile turca, lasciando gli altri sei campi autogestiti solo sulle spalle della amministrazione locale di Suruc.

Durante l’incontro è stata presentata dalla delegazione palermitana la proposta di patto d’amicizia fra il Comune di Palermo e la municipalità di Suruc, partendo dal gemellaggio fra due scuole delle rispettive città. La proposta è stata supportata dalla consegna di due lettere indirizzate al sindaco di Suruc da parte dell’Assessore alla Scuola del Comune di Palermo Barbara Evola e della Dirigente Scolastica di una Scuola Secondaria di Palermo. La proposta di patto d’amicizia è stata inoltre accompagnata all’invito per cinque ragazzi ed un accompagnatore a partecipare, il prossimo anno, al Mediterraneo Antirazzista, manifestazione che ogni anno si svolge a Palermo e che coinvolge tutte le comunità migranti residenti in città oltre i ragazzi palermitani.

Sono stati consegnati due comunicati della Confederazione COBAS e del movimento delle donne di Roma sull’otto marzo in solidarietà alle donne di Kobane.

Da parte dei lavoratori della struttura di Neuropisichiatria Infantile di Roma è stata consegnata ai responsabili dell’Associazione Culturale Curda di Suruc una somma in euro per l’acquisto di due computer per i ragazzi di Kobane. E’ stato consegnato ai responsabili locali di Suruc anche un contributo in euro da parte della Confederazione COBAS.

L’ultimo giorno ci siamo recati nuovamente presso la frontiera con la Siria, per potere entrare nella città di Kobane, constatando anche questa volta l’impraticabilità della via d’accesso alla città martire da parte delle delegazioni internazionali (i soldati turchi hanno sbarrato la strada). Nei pressi del confine abbiamo visitato il sacrario dei caduti per la difesa di Kobane, dove è stata donata la bandiera dei cobas, prontamente esposta dai responsabili della struttura. Sono stati incontrati diversi profughi di Kobane che hanno raccontato con dovizia di particolari le diverse fasi della battaglia per la difesa della città ed il ruolo che le forze armate turche hanno svolto nella collaborazione con i banditi dell’ISIS. Grande emozione nell’ascoltare i racconti dei profughi e nell’incontrare una giovanissima combattente dell’YPJ gravemente ferita alla gola e alle mani durante le fasi della resistenza.

Abbiamo potuto osservare da alcune centinaia di metri la città di Kobane aldilà del confine, dove sono ben evidenti le distruzioni dovute alla battaglia e dove con orgoglio sventolavano le bandiere del Rojava, del YPG e dell’ YPJ sugli edifici scampati alla distruzione.

Abbiamo potuto constatare direttamente la grande presa che ha il PKK fra la popolazione curda in Turchia, che nonostante i divieti con orgoglio ha sventolato e indossato i colori curdi, e il credito che ha conquistato partecipando ai combattimenti contro l’ISIS in Irak e in Siria salvando migliaia di Ezidi dal massacro. Come è palese il grande seguito che ha il presidente Abdulla Öcalan acclamato in ogni Newroz.

La rivoluzione del Rojava ha una valenza che oltrepassa i confini del Kurdistan, il Confederalismo Democratico che viene applicato nelle regioni difese dalle milizie curde si basa sul diritto all’autodeterminazione dei popoli che supera il concetto di stato-nazione e si concretizza con la partecipazione dal basso, con i processi decisionali interni alle comunità di base. Il Confederalismo democratico che si sta attuando in Rojava disarticola il sistema capitalista e il sistema stato-nazione, e ha come scopo la realizzazione dell’autodifesa dei popoli tramite l’avanzamento della democrazia, l’autogoverno, in contrasto dell’amministrazione dello stato-nazione.

Lo storico messaggio del presidente Abdulla Öcalan letto al Newroz di Diyarbakir (Amed) parla non solo al popolo curdo, ma a tutti i popoli, ed è un messaggio di pace e democrazia che ha ora bisogno più che mai di sostegno e di gambe per poter camminare e portare a un futuro di pace e libertà per tutta la regione. A questo messaggio si collega strettamente il progetto di una Siria Democratica dove i curdi in Siria offrono una soluzione politica all’attuale sanguinoso conflitto.

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Svendesi Industria Italia – articolo dell’economista Nadia Garbellini

nadiaArticolo scritto da Nadia Garbellini 13 marzo 2015 e tratto dal sito http://www.palermo-grad.com/

L’articolo è pubblicato per il seminario: “Produzione di crisi a mezzo di crisi. Come uscirne? Una proposta critica” del 20 marzo 2015  ore 17.

Lo scorso 25 febbraio si è ufficializzata la cessione di AnsaldoSts e di AnsaldoBreda a Hitachi, il più grande investimento diretto giapponese in Italia. L’intenzione di liberarsi di queste due società era già stata resa nota dai vertici di Finmeccanica dall’anno scorso, quando sono iniziati i negoziati relativi ad AnsaldoBreda (che ha riguardato il mantenimento dell’occupazione degli stabilimenti italiani), e sottolineata in occasione della presentazione, il 28 gennaio a Londra, del nuovo piano industriale.

Come è noto, AnsaldoBreda realizza treni ad alta velocità, oltre a tram e treni metropolitani, mentre AnsaldoSts si occupa dei sistemi di segnalazione. Siamo dunque nel quadro dei progetti di privatizzazione nell’agenda del Governo, che procede – o intende procedere – con la vendita degli ultimi campioni nazionali in tutti i settori.

Il piano industriale di Finmeccanica è concentrato prevalentemente sull’analisi della posizione finanziaria del Gruppo, a sottolineare la necessità di miglorarne la performance in termini di profitti e di portafoglio. Lo scopo è quello di ottenere un taglio dei costi attraverso la razionalizzazione del processo produttivo – e di fare cassa vendendo società non considerate strategiche. Tra queste, evidentemente, quelle appartenenti al ramo ferroviario.

Il punto quindi non è se i vertici di Finmeccanica abbiano preso una decisione razionale visti gli obiettivi su elencati; ciò che va messo in discussione è il ruolo che – nel contesto della crisi ma anche, e soprattutto, in generale – un’azienda come Finmeccanica dovrebbe assumere: comportarsi come un gruppo privato qualsiasi, il cui scopo è chiaramente quello della massimizzazione del profitto? Oppure svolgere un ruolo chiave nella programmazione dello sviluppo economico, effettuando investimenti in settori strategici come quello dei trasporti (e delle reti corrispondenti)?

Connessa a questa, una seconda domanda: in che modo mettere in pratica un piano industriale – se mai ve ne fosse l’intenzione – una volta che aziende come Ansaldo sono fuori dal controllo pubblico? È possibile affidarsi al «mercato» e lasciare dunque che siano operatori privati a occuparsene?

La risposta, dal punto di vista di chi scrive, è chiara. È utile a questo punto dare uno sguardo ai numeri che riguardano gli investimenti fissi in Italia negli ultimi anni. Dal 2007, gli investimenti sono calati del 27.3%: -26.2% nei trasporti, -29.4% nell’edilizia residenziale, -34.8% nell’edilizia non residenziale, -26.3% nel settore dei macchinari. Parallelamente, il numero di occupati è calato del 3.92%, e le ore di lavoro del 7.50%. La disoccupazione ha raggiunto il 12.6% nel 2014, con una punta del 20% nel Mezzogiorno. La disoccupazione giovanile, anche grazie alla riforma del sistema pensionistico, è ancora più elevata e soprattutto crescente.

In questo quadro, appare del tutto evidente come affidarsi esclusivamente a manovre di tipo monetario, come il QE di Draghi, o affidarsi all’iniziativa privata per la realizzazione degli investimenti sia del tutto inadeguato. Ciò di cui ci sarebbe bisogno è una politica industriale volta a creare posti di lavoro e a disegnare lo sviluppo futuro del nostro sistema industriale. Politiche industriali disegnate in modo coerente richiedono uno studio approfondito del sistema produttivo, e delle caratteristiche settoriali delle catene produttive. Ogni attività produttiva va vista non solo in sé stessa, ma come parte di una filiera – di un subsistema, come potremmo alternativamente definirla – che coinvolge tutti gli altri comparti.

La produzione di Finmeccanica si concentra nel settore dei mezzi di trasporto, al netto del comparto dell’automobile. Per ogni milione di euro prodotto, nel 2013 il settore utilizzava circa 6700 ore di lavoro. La catena produttiva ovviamente non si ferma qui; produrre questo milione di euro di output significa attivare tutta la rete delle relazioni interindustriali ad essa associate. Nel complesso – nell’intero settore verticalmente integrato – si aggiungono 500 ore di lavoro nello stesso comparto, più altre 13700 circa, oltre il 65% del totale, nel resto del sistema economico. Quali sono i comparti maggiormente coinvolti? Limitandoci a quelli manifatturieri, Fabbricazione dei prodotti in metallo (oltre 5%), Fabbricazione di macchinari (1.45%), Industria del legno (1.26%), Attività metallurgiche (1.16%). Una parte importante del settore integrato è poi dato dai servizi connessi.

Parallelamente, possiamo chiederci quali sono i comparti, cioè le industrie, che maggiormente dipendono dal settore dei mezzi di trasporto per la collocazione del loro prodotto. Osservando i dati relativi al 2013, si tratta di Fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (che, al netto di quello che rimane all’interno del comparto stesso, vende il 6.1% dei suoi prodotti intermedi al subsistema dei trasporti), seguito da Amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria (5.9%), Ricerca scientifica e sviluppo (4.2%), Fabbricazione di macchinari e apparecchiature (4.1%), Attività metallurgiche (3.7%), Fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchinari e attrezzature (3.5%), Fabbricazione di apparecchiature elettriche (3.1%).

L’analisi appena svolta dovrebbe chiarire la rilevanza del comparto dei trasporti, e dell’intera filiera produttiva ad esso associata, per il sistema economico italiano, e in particolare per lo sviluppo e l’occupazione in settori come la metallurgia, la produzione di apparecchiature e macchinari, e la ricerca scientifica.

La vendita di AnsaldoBreda e AnsaldoSts si inserisce quindi, come anticipato all’inizio, in un più ampio disegno di dismissione di attività che si rivelerebbero cruciali in un eventuale processo di socializzazione degli investimenti che è alla base della programmazione, cioè dell’ottica di piano. Investimenti di questo genere – pensiamo ad un piano per i trasporti pubblici – possono creare posti di lavoro e contribuire in maniera rilevante allo sviluppo del Mezzogiorno. Anche la tanto declamata necessità di dare un impulso al turismo non può prescindere da una maggiore, e migliore, infrastrutturazione del Mezzogiorno, e dunque di un deciso miglioramento della rete, oltre che del servizio, ferroviario. È chiaro che, se il progetto di privatizzazione dei servizi ferroviari dovesse andare in porto, l’incentivo ad effettuare investimenti in infrastrutture verrebbe meno, essendo i vettori diversi dal proprietario della rete. Si tratta infatti di investimenti che non generarano un profitto immediato.

Sappiamo naturalmente che un piano industriale, inteso nel modo delineato qui, non è all’orizzonte dell’attuale Governo – e sembra ragionevole essere pessimisti anche per quanto riguarda il futuro. Tuttavia, rimane il fatto che l’impatto più preoccupante delle decisioni che si stanno prendendo in questa fase in merito alle privatizzazioni non è quello immediato, ma quello di lungo periodo: sarà infatti estremamente difficile tornare indietro. La paziente opera di privatizzazione delle attività strategiche, iniziata già negli anni ’90 – ad opera, è bene ricordarlo, di esponenti del cosiddetto centro-sinistra – sta vivendo una fase di grande vitalità, nel quasi totale disinteresse della discussione politica e senza che abbia luogo una discussione approfondita su quali conseguenze questo processo porterà con sé.