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Svendesi Industria Italia – articolo dell’economista Nadia Garbellini

nadiaArticolo scritto da Nadia Garbellini 13 marzo 2015 e tratto dal sito http://www.palermo-grad.com/

L’articolo è pubblicato per il seminario: “Produzione di crisi a mezzo di crisi. Come uscirne? Una proposta critica” del 20 marzo 2015  ore 17.

Lo scorso 25 febbraio si è ufficializzata la cessione di AnsaldoSts e di AnsaldoBreda a Hitachi, il più grande investimento diretto giapponese in Italia. L’intenzione di liberarsi di queste due società era già stata resa nota dai vertici di Finmeccanica dall’anno scorso, quando sono iniziati i negoziati relativi ad AnsaldoBreda (che ha riguardato il mantenimento dell’occupazione degli stabilimenti italiani), e sottolineata in occasione della presentazione, il 28 gennaio a Londra, del nuovo piano industriale.

Come è noto, AnsaldoBreda realizza treni ad alta velocità, oltre a tram e treni metropolitani, mentre AnsaldoSts si occupa dei sistemi di segnalazione. Siamo dunque nel quadro dei progetti di privatizzazione nell’agenda del Governo, che procede – o intende procedere – con la vendita degli ultimi campioni nazionali in tutti i settori.

Il piano industriale di Finmeccanica è concentrato prevalentemente sull’analisi della posizione finanziaria del Gruppo, a sottolineare la necessità di miglorarne la performance in termini di profitti e di portafoglio. Lo scopo è quello di ottenere un taglio dei costi attraverso la razionalizzazione del processo produttivo – e di fare cassa vendendo società non considerate strategiche. Tra queste, evidentemente, quelle appartenenti al ramo ferroviario.

Il punto quindi non è se i vertici di Finmeccanica abbiano preso una decisione razionale visti gli obiettivi su elencati; ciò che va messo in discussione è il ruolo che – nel contesto della crisi ma anche, e soprattutto, in generale – un’azienda come Finmeccanica dovrebbe assumere: comportarsi come un gruppo privato qualsiasi, il cui scopo è chiaramente quello della massimizzazione del profitto? Oppure svolgere un ruolo chiave nella programmazione dello sviluppo economico, effettuando investimenti in settori strategici come quello dei trasporti (e delle reti corrispondenti)?

Connessa a questa, una seconda domanda: in che modo mettere in pratica un piano industriale – se mai ve ne fosse l’intenzione – una volta che aziende come Ansaldo sono fuori dal controllo pubblico? È possibile affidarsi al «mercato» e lasciare dunque che siano operatori privati a occuparsene?

La risposta, dal punto di vista di chi scrive, è chiara. È utile a questo punto dare uno sguardo ai numeri che riguardano gli investimenti fissi in Italia negli ultimi anni. Dal 2007, gli investimenti sono calati del 27.3%: -26.2% nei trasporti, -29.4% nell’edilizia residenziale, -34.8% nell’edilizia non residenziale, -26.3% nel settore dei macchinari. Parallelamente, il numero di occupati è calato del 3.92%, e le ore di lavoro del 7.50%. La disoccupazione ha raggiunto il 12.6% nel 2014, con una punta del 20% nel Mezzogiorno. La disoccupazione giovanile, anche grazie alla riforma del sistema pensionistico, è ancora più elevata e soprattutto crescente.

In questo quadro, appare del tutto evidente come affidarsi esclusivamente a manovre di tipo monetario, come il QE di Draghi, o affidarsi all’iniziativa privata per la realizzazione degli investimenti sia del tutto inadeguato. Ciò di cui ci sarebbe bisogno è una politica industriale volta a creare posti di lavoro e a disegnare lo sviluppo futuro del nostro sistema industriale. Politiche industriali disegnate in modo coerente richiedono uno studio approfondito del sistema produttivo, e delle caratteristiche settoriali delle catene produttive. Ogni attività produttiva va vista non solo in sé stessa, ma come parte di una filiera – di un subsistema, come potremmo alternativamente definirla – che coinvolge tutti gli altri comparti.

La produzione di Finmeccanica si concentra nel settore dei mezzi di trasporto, al netto del comparto dell’automobile. Per ogni milione di euro prodotto, nel 2013 il settore utilizzava circa 6700 ore di lavoro. La catena produttiva ovviamente non si ferma qui; produrre questo milione di euro di output significa attivare tutta la rete delle relazioni interindustriali ad essa associate. Nel complesso – nell’intero settore verticalmente integrato – si aggiungono 500 ore di lavoro nello stesso comparto, più altre 13700 circa, oltre il 65% del totale, nel resto del sistema economico. Quali sono i comparti maggiormente coinvolti? Limitandoci a quelli manifatturieri, Fabbricazione dei prodotti in metallo (oltre 5%), Fabbricazione di macchinari (1.45%), Industria del legno (1.26%), Attività metallurgiche (1.16%). Una parte importante del settore integrato è poi dato dai servizi connessi.

Parallelamente, possiamo chiederci quali sono i comparti, cioè le industrie, che maggiormente dipendono dal settore dei mezzi di trasporto per la collocazione del loro prodotto. Osservando i dati relativi al 2013, si tratta di Fabbricazione di computer e prodotti di elettronica e ottica (che, al netto di quello che rimane all’interno del comparto stesso, vende il 6.1% dei suoi prodotti intermedi al subsistema dei trasporti), seguito da Amministrazione pubblica e difesa; assicurazione sociale obbligatoria (5.9%), Ricerca scientifica e sviluppo (4.2%), Fabbricazione di macchinari e apparecchiature (4.1%), Attività metallurgiche (3.7%), Fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchinari e attrezzature (3.5%), Fabbricazione di apparecchiature elettriche (3.1%).

L’analisi appena svolta dovrebbe chiarire la rilevanza del comparto dei trasporti, e dell’intera filiera produttiva ad esso associata, per il sistema economico italiano, e in particolare per lo sviluppo e l’occupazione in settori come la metallurgia, la produzione di apparecchiature e macchinari, e la ricerca scientifica.

La vendita di AnsaldoBreda e AnsaldoSts si inserisce quindi, come anticipato all’inizio, in un più ampio disegno di dismissione di attività che si rivelerebbero cruciali in un eventuale processo di socializzazione degli investimenti che è alla base della programmazione, cioè dell’ottica di piano. Investimenti di questo genere – pensiamo ad un piano per i trasporti pubblici – possono creare posti di lavoro e contribuire in maniera rilevante allo sviluppo del Mezzogiorno. Anche la tanto declamata necessità di dare un impulso al turismo non può prescindere da una maggiore, e migliore, infrastrutturazione del Mezzogiorno, e dunque di un deciso miglioramento della rete, oltre che del servizio, ferroviario. È chiaro che, se il progetto di privatizzazione dei servizi ferroviari dovesse andare in porto, l’incentivo ad effettuare investimenti in infrastrutture verrebbe meno, essendo i vettori diversi dal proprietario della rete. Si tratta infatti di investimenti che non generarano un profitto immediato.

Sappiamo naturalmente che un piano industriale, inteso nel modo delineato qui, non è all’orizzonte dell’attuale Governo – e sembra ragionevole essere pessimisti anche per quanto riguarda il futuro. Tuttavia, rimane il fatto che l’impatto più preoccupante delle decisioni che si stanno prendendo in questa fase in merito alle privatizzazioni non è quello immediato, ma quello di lungo periodo: sarà infatti estremamente difficile tornare indietro. La paziente opera di privatizzazione delle attività strategiche, iniziata già negli anni ’90 – ad opera, è bene ricordarlo, di esponenti del cosiddetto centro-sinistra – sta vivendo una fase di grande vitalità, nel quasi totale disinteresse della discussione politica e senza che abbia luogo una discussione approfondita su quali conseguenze questo processo porterà con sé.

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Riforma Renzi, la scuola-azienda è servita

buona scuolaArticolo di Vito Meloni, responsabile nazionale scuola PRC-SE dal sito www.rifondazione.it

Dopo mesi di annunci, finte consultazioni, notizie contraddittorie, ripetuti rinvii, nella giornata di ieri il governo ha varato il suo disegno di legge di controriforma del sistema scolastico. Come era prevedibile, non c’è ancora un testo ufficiale, soltanto l’immancabile profluvio di slide illustrate nell’altrettanto immancabile conferenza stampa trionfalistica del presidente del Consiglio. Ma da quello che si sa, grazie anche a qualche testo – ufficioso ma sicuramente attendibile – che comincia a circolare, è roba da rabbrividire.

La scelta del governo è netta: trasformare definitivamente le nostre scuole in aziende, capeggiate da un preside-manager dotato di poteri enormi sia sulla gestione del personale che sugli stessi contenuti della didattica, con il definitivo azzeramento delle prerogative degli organi collegiali democratici ridotti al più ad organismi da “sentire” o da “consultare”.

È il compimento del disegno regressivo avviato, dapprima timidamente, con l’autonomia scolastica e, in seguito, con ben maggiore determinazione con le controriforme Moratti e Gelmini. Anzi, la proposta del governo si spinge perfino oltre l’indecente disegno di legge Aprea, approvato da una delle Camere nella passata legislatura grazie all’apporto determinante del PD e bloccato dalle mobilitazioni di studenti, insegnanti e cittadini.

Il potere assegnato al dirigente scolastico, infatti, è pressocchè illimitato: è lui ad elaborare il Piano dell’offerta formativa “sentito il Collegio dei docenti e il consiglio d’istituto”, è lui a scegliere per chiamata diretta gli insegnanti del cosiddetto organico funzionale da un albo distrettuale, è sempre lui il titolare della valutazione dei docenti, è ancora lui a scegliersi il suo staff e ad elargire premi economici ad una parte dei docenti. Un vero e proprio dominus assoluto della scuola.

Concetti come partecipazione e condivisione sono in tutta evidenza sconosciuti al nostro presidente del consiglio e al suo governo, ancora più sconosciuti – o meglio, considerati pericolosi impacci da evitare – i concetto di diritti, regole e democrazia.

A completare il disegno, c’è l’asservimento di interi pezzi dell’istruzione alle esigenze delle imprese. Non solo con l’esaltazione dell’alternanza scuola-lavoro ma con l’incredibile previsione della costituzione di “laboratori per l’occupabilità” in collaborazione con enti e imprese private attraverso “l’orientamento della didattica e della formazione ai settori strategici del Made in Italy”.

Non poteva mancare, ovviamente, l’ennesima incostituzionale elargizione di fondi alle scuole paritarie private, sollecitata da un manipolo di deputati della maggioranza che, con grande spregio del senso del ridicolo, sono arrivati ad iscrivere d’ufficio nelle schiere dei sostenitori delle scuole private Don Milani, Maria Montessori e Antonio Gramsci. Altri 200 milioni di euro che si aggiungono al fiume di denaro che, direttamente o indirettamente, Stato, Regioni ed Enti Locali versano nelle casse delle scuole private.

Un discorso a parte merita la questione dell’assunzione dei precari. Il documento diffuso dal governo per la finta consultazione prometteva 148.100 assunzioni tra i docenti con tanto di tabelle dettagliate a dimostrazione di una presunta accuratezza di calcolo. Dopo il tira e molla dei giorni scorsi i numeri si sono fortemente ridimensionati, arrivando, forse, si e no a 100.000 unità. Sembrano una enormità, dopo anni di assunzioni con il contagocce, ma non arrivano nemmeno a coprire tutti i posti effettivamente disponibili e, a quanto pare, potrebbero essere effettuate solo in parte per il prossimo anno scolastico mentre il resto sarebbe rinviato a quello successivo.

Senza contare che una parte di queste assunzioni sarebbero legate al finto organico funzionale, con meno tutele e meno diritti. Di fatto insegnanti di serie “B”. Una beffa per i tanti precari che avevano sperato nella fine delle loro peregrinazioni da una scuola all’altra cui annualmente sono costretti per garantire il funzionamento del sistema.

Infine, tra gli elementi più pericolosi contenuti nel disegno di legge c’è il ricorso alla delega per una quantità infinita di materie senza indicazioni stringenti dui limiti della delega stessa, come già è avvenuto con il Jobs Act. Di fatto, una delega in bianco a riscrivere l’insieme delle regole che presiedono al governo delle scuole.

Tra queste, quella relativa alla “istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni” che riprende l’impostazione di un disegno di legge della Puglisi, parlamentare e componente della segreteria del PD. Con questo anche la scuola dell’infanzia, unico segmento scolastico che grazie alle lotte di insegnanti e genitori era rimasta immune dalla furia devastatrice della Gelmini, verrà di fatto trasformata in un servizio a domanda, dopo i decenni trascorsi da quando il movimento democratico aveva fatto sì che si emancipasse dalla condizione di “scuola materna” per diventare a pieno titolo parte del sistema scolastico.

C’è molto altro ancora di negativo nel progetto del governo, ma già questo basta a delineare un quadro a tinte fosche.

Occorre quindi apprestarsi ad una dura battaglia di opposizione, nelle piazze e nelle scuole, coalizzando le forze di quanti, e sono tantissimi, pensano che la scuola debba saldamente ancorata alla Costituzione e che per fare ciò bisogna battere il disegno reazionario del governo.

Già ieri gli studenti hanno riempito le piazze di moltissime città con una piattaforma di mobilitazione chiara e netta che, tra l’altro, dichiarava il sostegno incondizionato alla Legge di iniziativa popolare (LIPScuola), alternativa chiara, frutto di un percorso democratico e condiviso, alla scuola renziana.

Il successo di quelle manifestazioni è un dato confortante al quale c’è da sperare, e lavorare perchè accada, si possa aggiungere una mobilitazione ancora più larga che coinvolga gli insegnanti in un movimento di massa. Le mobilitazioni proclamate dalla FLC Cgil e dagli altri sindacati “rappresentativi” di categoria, alle quali si aggiungeranno quelle non meno importanti che sicuramente saranno indette dai sindacati di base, vanno in questa direzione.

Sta a tutti noi essere consapevoli che la scuola è specchio del paese che si vuole, e che da lì passa il futuro delle nuove generazioni, e assumere gli impegni conseguenti.

Noi del PRC, come sempre, faremo la nostra parte.

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E’ in corso la raccolta firme per eliminare il pareggio di bilancio in Costituzione

perdiPer sapere dove poter firmare a Palermo e provincia scrivi a organizzazione@prcpalermo.it

Contributo di Giovanni Russo Spena

Sono partite mobilitazione e raccolta di firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare per eliminare il “pareggio di bilancio” imposto,nella Costituzione,dalla quasi unanimità del Parlamento nonostante la forte campagna di massa che movimenti e sinistra radicale promossero.
Il PD, anzi, fu alfiere del cambiamento dell’articolo 81 della Costituzione.L’attuale raccolta di firme è uno strumento efficace per una controinformazione ed una critica di massa ai trattati europei recessivi.
E’ anche il modo più militante ed efficace per cogliere,in senso solidale,la verità strategica della dura sfida a cui ci chiama il nuovo governo greco.
Non dobbiamo sottovalutare l’importanza della proposta di legge che,nel suo testo,permette di riscoprire ,”nel solco della Costituzione, la portata rivoluzionaria dei diritti fondamentali”, come scrive il prof. Azzariti che della proposta di legge è il principale estensore.L’hanno firmata i dirigenti delle forze sindacali, politiche, associative dell’intero arco critico con i Trattati europei neoliberisti.
L’idea di fondo della proposta di legge è quella di tracciare una politica alternativa, una strategia di fuoriuscita “da sinistra” dalla crisi. E quindi, un abbattimento della continuità delle politiche di stampo neoliberista. Il tentativo non è velleitario, perchè si ricollega ai principii fondamentali del costituzionalismo moderno che pone al centro della statualità e della formazione sociale il rispetto inderogabile dei diritti sociali. Il potere economico e politico non può ritenere tali diritti una variabile dipendente di un fantomatico “pareggio di bilancio”, che espropria la sovranità dello Stato sulla politica economica e che è solo leva ed alibi per politiche recessive antipopolari.Tanto più in fasi recessive è fondamentale assicurare i diritti sociali (oltre che politici). Se vogliamo realmente rispettare la Costituzione, che obbliga lo Stato all’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale, dobbiamo pretendere che il risanamento economico abbia al centro diritti, persone, vite, diritti al lavoro, all’ambiente, all’abitare, alla formazione, al reddito sociale.
E’ obbligo dello Stato centrale, ma anche degli enti locali (i quali sono tenuti ad assicurare i “livelli essenziali delle prestazioni”).
Mentre l’Europa dei Trattati recessivi ritiene la nostra Costituzione una pericolosa “carta bolscevica”, noi lanciamo la sfida ambiziosa (ma realista) di valorizzarne la portata rivoluzionaria (la “rivoluzione promessa”, come scriveva Pietro Calamandrei).
Battersi per far firmare la proposta di legge, discutendo, facendo informazione ed assemblee, organizzando banchetti, è certo solo un piccolo atto. Ma è necessario per aprire varchi ed entrare incontatto con la società che soffre ed è disorientata dal PD e dai mass media in maniera non meramente propagandistica e sloganistica. Un piccolo strumento per una critica dell’economia politica “dal basso”.
il sito della campagna Col Pareggio Ci Perdi
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Documento approvato dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista – 8/3/15

bandiera-rifondazioneDocumento approvato ieri dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista.

Nessun accordo con il PD alle elezioni regionali

La vittoria di Syriza in Grecia ha aperto una speranza di cambiamento non solo per il popolo greco ma per tutti i popoli europei. Il punto fondamentale su cui si basa la strategia del governo greco è quello di una contestazione attiva delle norme europee che a vario titolo vincolano l’azione politica dei diversi governi del continente. Tale contestazione rappresenta la concreta messa in pratica nella situazione specifica della linea della disobbedienza ai trattati, che è linea portante del Partito della Sinistra Europea, alla cui definizione abbiamo contribuito con la nostra elaborazione ed iniziativa.

La messa in discussione delle politiche di austerità deve essere il criterio cardine che determina il nostro profilo anche in relazione alle prossime scadenze elettorali per le elezioni regionali. Il Neoliberismo e le politiche di austerità non possono essere infatti rovesciate a partire da un punto solo o in un’ora x ma devono essere messe concretamente in discussione, forzate e modificate nella concreta azione politica sia a livello dei movimenti sociali che ad ogni livello istituzionale.

E’ del tutto evidente che i tagli e la complessiva azione legislativa degli ultimi governi italiani hanno determinato una fortissima compressione del welfare, dei diritti delle classi lavoratrici ed un progressivo restringimento dei margini di manovra degli enti locali e degli stessi enti regionali. In questo quadro noi dobbiamo candidarci al governo degli enti locali e delle regioni con una proposta politica chiaramente in contrasto con le norme stabilite dal governo nazionale e con l’esplicita volontà di cambiare queste norme e di forzare questi vincoli al fine di modificare radicalmente il quadro dato.

Nell’ambito della proposta di governi per la fuoriuscita dalle politiche di austerità Rifondazione Comunista si appresta ad affrontare le prossime elezioni regionali ed impegna tutto il partito a sviluppare positivamente quanto indicato dal documento approvato dal Comitato Politico Nazionale del 20/21 dicembre 2014 e cioè “ lavorare, in relazione alle prossime elezioni regionali, alla costruzione di liste unitarie di alternativa a candidati, schieramenti e programmi – comunque collocati – di orientamento neoliberista e che si pongano in continuità con le politiche del governo Renzi. E’ infatti in atto una controriforma liberista delle regioni e degli enti locali, che attraverso i tagli dei trasferimenti ha ferocemente ridotto la possibilità di garantire i servizi costituzionalmente previsti e i diritti dei cittadini, compromettendo ogni possibile autonomia delle politiche e sociali locali rispetto a quelle nazionali. Pertanto alla luce di questa nuova situazione di controriforma liberista non esistono più discriminanti programmatiche locali sufficienti a giustificare alleanze se non si cambia l’impostazione delle forze politiche che sostengono il governo Renzi.

Concretamente questo significa oggi costruire liste alternative al centro sinistra in tutte le regioni che sono chiamate al voto in quanto nessuno dei candidati presidenti indicati dal centro sinistra si pone in discontinuità o in critica esplicita con le politiche proposte dal governo Renzi sul terreno dei programmi e del profilo degli stessi candidati alla presidenza delle regioni. Né sono riproponibili logiche di puro contrasto alla destra populista, nel momento in cui è evidente in Italia come in tutta Europa, che sono proprio le politiche neoliberiste e di austerità, che ovunque favoriscono la crescita delle formazioni di estrema destra.

Pur consapevoli della difficoltà della fase e della immaturità del processo di aggregazione di un nuovo soggetto antiliberista di sinistra, non possiamo infatti collaborare al successo di schieramenti politici che non abbiano l’obiettivo di rovesciare le politiche di austerità.

Come ci insegna la vicenda greca, la costruzione di un chiaro punto di riferimento antiliberista di sinistra, di una coalizione sociale e politica contro le politiche di austerità, è una condizione basilare al fine di costruire una alternativa alle politiche neoliberiste medesime. Quelle politiche che il governo Renzi sta praticando con particolare aggressività e con un evidente salto di qualità – sul terreno dello scardinamento del diritto del lavoro, del taglio del welfare e delle privatizzazioni, della mercificazioni dei beni comuni e della ristrutturazione neoautoritaria del sistema istituzionale – domandano la costruzione di un punto di vista chiaramente alternativo a livello regionale. Non sono dunque oggi riproponibili articolazioni che rappresenterebbero una grave lesione dell’immagine e del progetto politico del Partito.

La Direzione dà quindi mandato alla segreteria di seguire i diversi percorsi regionali con questa chiara indicazione politica.

Approvato a larga maggioranza dalla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista dell’8/3/2015

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Considerazioni sulla chiusura del centro nascite di Cefalù

ospedaleArticolo di Francesco Fustaneo

Cefalù, metà turistica rinomata in tutto il mondo, dovrà fare a meno del  centro nascite dell’ospedale San Raffaele, contro il quale è   stato deciso un provvedimento di chiusura, recante la firma dell’Assessore Regionale alla Sanità, Lucia Borsellino. La vicenda  oltre ai cittadini cefaludesi, investe tutte le popolazioni di quei comuni siciliani facenti parte del distretto sanitario 33, che fino ad ora si erano avvalsi della struttura: molti di questi, sono ubicati in zone montane e assai distanti dalla prima struttura sanitaria raggiungibile. Si tratta di una scelta, operata dal Governo Regionale di Crocetta in linea con la volontà del Governo nazionale di  Renzi che, per ridurre la spesa sanitaria, impone la chiusura di tutti i punti nascita dove vengono eseguiti meno di 500 parti all’anno.  Niente ha potuto finora, la pressione politica del Sindaco della cittadina normanna, Rosario La Punzina e della sua maggioranza consiliare: sebbene siano esponenti del  P.D. non sono riusciti a evitare lo smacco all’interno del proprio partito da parte di chi siede  al governo regionale e in quello nazionale.  Il centro nascite non avrebbe raggiunto nel 2014  per poche decine di unità, gli standard previsti: si parla di 470 nascita a fronte delle 500 obbligatorie per tenere in vita la struttura.  Di recente è stata indetta una conferenza dei sindaci del distretto 33 allargata alla partecipazione dei Presidenti del Consigli comunali e dai capigruppo consiliari, convocata dal sindaco di Cefalù nella quale si è sottoscritto un documento comune da consegnare al Presidente della Regione e all’Assessore alla salute e al contempo si è fissata  una manifestazione di protesta civile contro la chiusura del centro  che si sarebbe dovuta tenere oggi (poi rinviata) a Palermo, davanti la sede della Presidenza della Regione Siciliana .

Ritornando al provvedimento di chiusura, è evidente come questo non debba essere considerato, un problema della sola amministrazione di Cefalù, ma uno schiaffo alle esigenze dell’intero territorio, nonché una questione da affrontare in maniera aggregata a livello comprensoriale.  E’ comunque riduttivo, senza per questo negare le loro responsabilità politiche, limitarsi a dir che si tratta di una scelta operata dal Governo Regionale di  Crocetta in linea con quanto stabilito dal Governo Regionale di Renzi; così facendo infatti si farebbe solo un’analisi  parziale, anzi distorta, senza focalizzarsi sulle amenità di un processo economico che ormai da anni il nostro Paese subisce.  La politica dovrebbe ribadire che chiudere il centro, perché  questo non raggiunge per poche decine di unità il numero di nascite stabilite (in funzione di parametri  inconcepibili), esula dalla concezione di sanità come servizio primario fondamentale, rivolto indistintamente a tutti i cittadini; una sanità che  dovrebbe essere concepita fuori dalle logiche di mercato, che mirano invece, esclusivamente alla comparazione dei costi e dei ricavi al fine di massimizzare i profitti. Quanto stiamo assistendo  è figlio di un modello liberista, aggravato dalle misure di austerity imposte dall’Unione Europea,   che gradualmente  costringe chi amministra  a tagliare le risorse, finendo, come nel caso cefaludese, a staccare la spina a quei centri che non rispettano gli standard di produttività previsti.   Questo è un modo di operare che la società  non può  e non deve subire. La salute come l’istruzione devono ritornare ad essere obiettivi prioritari dell’intervento pubblico; su questi due fondamentali settori non si può abbattere la falce della spending review.  La vicenda appena narrata è solo uno dei tasselli di questo perverso processo globale. Un’azione politica che si oppone   alla  chiusura del centro nascite  o in generale di strutture pubbliche, come sempre più spesso accade in Italia, deve per forza di cose, contemporaneamente, comprendere e contestare  l’impostazione politico-economica da cui queste degenerazioni prendono spunto.

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8 marzo 2015

8marzoChi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene”.

“Là dove ci sono grandi cose, là dove il vento soffia sul volto, voglio stare nel pieno del temporale…della routine quotidiana ne ho abbastanza…”

 Lettera di Rosa Luxemburg a Klara Zetkin, Wronke, 1 luglio 1917.

Tante sono oggi le voci, i comunicati, le iniziative che si realizzeranno in tutta Italia in occasione della Giornata internazionale della donna. Noi vogliamo partire da qui, da queste brevi citazioni del pensiero di Rosa Luxemburg perché pensiamo che questa data sia legata alla lotta per i diritti, alla lotta contro lo sfruttamento del lavoro femminile, contro le sperequazioni salariali, contro le discriminazioni sessuali, contro la violenza (tutte viste da una prospettiva di genere ma non staccate da una lotta per i diritti di tutti e tutte) e per rendere omaggio a quelle tante donne in Italia, in Palestina, in Kurdistan, in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Iraq, in Iran, in Cambogia, India, Brasile, Messico… ovunque nel mondo che lottano e protestano per se stesse e per tutti contro sistemi ingiusti e di sfruttamento stando in prima linea “nel pieno del temporale”.

Volendo parlare di dati di “casa nostra”, la classifica mondiale sulla parità di genere compilata dal World economic forum (Wef) del 2014 ci dice di un’Italia ancora in posizione bassa, tra i paesi con la minore partecipazione delle donne all’economia e tra quelli con la maggiore disparità salariale: al 69° su 142 paesi, ultima tra i principali Paesi industrializzati, al 114° posto per la partecipazione delle donne al settore economico e al 129° per la parità degli stipendi.

Come si vede abbiamo ancora tanta strada da fare. Ma fuori dalle classifiche, fuori dai dati statistici, fuori dai numeri c’è ancora tanto per cui si lotta e per cui si deve continuare a lottare: siamo capo e piedi in una economia di mercificazione che crea una cultura della mercificazione, dove tutto ha un prezzo e niente ha valore.

Gli attacchi quotidiani allo stato sociale, gli attacchi ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, le regalìe alle scuole private o l’attacco alla scuola pubblica, i continui tentativi di minare il diritto di decidere sul nostro corpo, la disparità salariale stanno lì a dirci che c’è un sistema che vuole dividere e frazionare la lotta, creando sempre più un tessuto sociale non coeso, creando pezzi di società più deboli e più ricattabili – allo stesso modo del razzismo e della precarietà – che implicano una perdita di vista dell’essere comunità e del valore della solidarietà e degli obiettivi comuni.

Non ci vogliamo allineare a quella grande narrazione contemporanea che identifica la libertà con il libero mercato. “Chi non si muove, non può rendersi conto delle proprie catene”. Noi non ci stiamo e vogliamo sostenere la voce di tutte le donne che lottano nel mondo trasformandosi in soggetti politici che contribuiscono al cambiamento della realtà del nostro e degli altri paesi, per il rispetto della libertà, dei diritti umani e della dignità di tutti e tutte.